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Oikonomia: abstract degli incontri

Le sintesi di tutte le conferenze

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19-09-2003
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SI PUO’ PROGETTARE UNA INVERSIONE DI ROTTA DELL’ATTUALE SISTEMA DI SVILUPPO ECONOMICO?
Marzia Marchi, Rete Lilliput e Patrizio Bianchi, Università di Ferrara

“Siamo in un regime di monopolio, nonostante il tanto sbandierato liberismo dei mercati" - ha dichiarato Bianchi -, monopolio delle multinazionali, in particolare del petrolio e delle armi che oggi hanno un potere così forte da condizionare la politica economica di un Paese come gli USA, fino ad eleggere come “amministratore politico” un loro diretto rappresentante. Fallito anche l'obiettivo intrinseco al sistema neoliberista , quello della crescita tout court, infatti l'economia è ferma in tutti i Paesi e dunque l'obiettivo di aumentare continuamente la ricchezza è falso. Stiamo invece producendo povertà, come è il caso dell'Argentina, situazione nella quale è evidente l'impotenza della politica economica. Infatti non esiste una risposta plausibile al fatto che il primo produttore mondiale di carne, non riesca a sfamare oltre il 50 % della propria popolazione. "L'economia, anche come disciplina di studio, è estremamente frammentata e settoriale e dunque incapace di elaborare una visione d'insieme in grado di rispondere alle problematiche globali che affliggono i Paesi". Si resta intrappolati in una visione del mondo che procede per posizioni di potere e per automatismi, come quelli realizzati dalle organizzazioni finanziarie internazionali. Secondo la Rete Lilliput, in quest'ottica diventa accettabile perfino la guerra che nessuno, al di là delle farneticazioni di bassa propaganda di Bush, si sogna più di giustificare se non in termini di conquista del petrolio.


RIPROGETTARE L’AMBIENTE ABITATIVO URBANO SI PUO’
Antonella Catani, architetto

Nel corso del seminario, è stata tracciata una panoramica puntuale della trasformazione che stanno subendo le nostre periferie: invasione di villette e condomini dalle forme più svariate che prendono il posto non solo di terreno agricolo ma che stravolgono l'aspetto di vecchi caseggiati rurali, i quali dovrebbero essere tutelati dal piano regolatore comunale. Settimana per settimana si lasciano cadere a pezzi, se addirittura non vengono smantellati di nascosto, affinchè sia impossibile procedere al recupero, in modo che poi che le imprese edili possano riutilizzare la cubatura per dar via a piani intensivi di nuova edificazione. Stiamo cambiando la faccia al nostro panorama e ciò avviene non secondo un piano di scelte collettive ma secondo la convenienza economica delle imprese e delle agenzie immobiliari, di fronte alle quali anche gli architetti ammettono la loro impotenza.Il piano regolatore stesso si sta dimostrando uno strumento labile poichè non esistono sistemi di controllo e troppo spesso la valutazione economica prescinde da quella ambientale. La bioarchitettura è una risposta non utopistica, ma concreta e praticabile all'esigenza di costruire tenendo conto della situazione energetica, del reperimento dei materiali in loco, delle caratteristiche paesaggistiche, delle esigenze di funzionalità degli edifici. "Occorre anche arrestare la corsa alle nuove costruzioni - ha detto l'arch. Catani - fino a che non sia stato fatto l'intero recupero dell'esistente", altrimenti si rischia di trovarsi, anche in campo architettonico, con dei rifiuti da smaltire”


AMBIENTE ITALIA: LE SCELTE ENERGETICHE PER UNO SVILUPPO COMPATIBILE
Massimo Serafini, Legambiente

L’alternativa ai combustibili fossili è già oggi reale e concreta, e centrali come la turbogas fanno solo gli interessi dei produttori.
Il quadro dell’energia è profondamente mutato negli ultimo tempi. Da un lato sono emersi drammaticamente i problemi derivati dall’uso dei combustibili fossili: città soffocate dalle micropolveri, effetto serra, guerra per il petrolio iracheno ecc.. Dall’altro le tecnologie per le fonti alternative sono uscite dalla fase sperimentale e oggi possono essere applicate da tutti su larga scala. Basta volerlo. E qui sta la differenza. In Germania quasi il 20% dell’energia proviene dal vento e i tetti con pannelli fotovoltaici sono dieci volte più numerosi che nel nostro Paese. L’Italia è drammaticamente indietro. Si punta ancora tutto sul fossile (dal petrolio al metano) e le scelte dell’amministrazione sono ancora fortemente condizionate da esigenze di visibilità elettorale. Risultato: inquinamento e impossibilità di rispettare i limiti di Kyoto. Non solo: perdita di competitività industriale (la Riva Calzoni, turbine eoliche, è stata venduta; la Fiat è assente dal mercato dei veicoli a idrogeno). La provincia di Ferrara non fa eccezione. La grande centrale turbogas, in un Polo chimico destinato a vedere chiudere uno dopo l’altro gli impianti chimici, serve solo a far guadagnare chi produce energia. Perché quel tipo di tecnologia (turbogas a metano) sia ecologicamente sostenibile, tutto il calore prodotto dovrebbe essere ma utilizzato (cogenerazione) e non dovrebbe essere disperso nell’ambiente. E questo sarebbe possibile solo con piccoli impianti distribuiti là dove servono. Non solo: Ferrara è circondata da megacentrali estremamente inquinanti (Porto Tolle) e “assediata” da domande di nuove costruzioni ai propri confini. Ormai il meccanismo è chiaro: i costruttori di centrali fanno centinaia di domande ovunque, nettamente superiori ai bisogni. Si continuano a progettare centrali elettriche che nascono ancora una volta dalle scelte di convenienza economica senza tener conto dei costi indiretti sull’ambiente e sulla salute. L’importante è che qualcuno alla fine accetti di farle sul proprio territorio.


SULLE NOSTRE TAVOLE A DISCAPITO DELLA SOVRANITA’ ALIMNTARE DEL SUD DEL MONDO
Giangaetano Pinnavaia, Università di Bologna

L’ultimo vertice della FAO nel 2002 ha constatato il fallimento delle politiche alimentari per ridurre la fame del mondo ma ha anche visto il coinvolgimento di 700 Organizzazioni Non Governative in un Forum collaterale, che ha definito le priorità del nuovo millennio: prezzi equi agli agricoltori, accesso garantito per le comunità locali alla terra, all’acqua e alle foreste, riconoscimento del ruolo produttivo femminile, protezione dei semi, investimenti pubblici a supporto delle attività produttive delle comunità tradizionali.
Mais, soya e latte - ha detto Pinnavaia - sono le produzioni più importanti a livello mondiale, quelle dalle quali le multinazionali agrolimentari ricavano innumerevoli derivati, grazie al frazionamento molecolare e al successivo ricombinamento nei prodotti industriali
Queste produzioni per molti paesi del Sud costituiscono una monocoltura, che le multinazionali vogliono al più basso costo possibile. Gli effetti collaterali di questo sistema sono insicurezza alimentare (fame) per i paesi produttori, poiché quasi l’intera produzione è destinata all’esportazione, danni ambientali derivati dal disboscamento e dallo sfruttamento intensivo dei suoli nonché dall’uso sprorporzionato di acqua. Nel Nord, che consuma i derivati di questi prodotti sono invece da mettere in conto i danni alla salute dovuti al consumo di prodotti altamente manipolati.
Per affrontare e risolvere questi squilibri occorre ”accorciare il percorso dalla terra alla tavola”, incoraggiare la produzione e il consumo locale, a nord come a sud. Realizzando un “regionalismo produttivo alimentare”. Un passaggio che comincia attraverso la costituzione di “bio-alleanze”, per esempio, tra agricoltori e insegnanti, per la costruzione di una nuova cultura alimentare. Un’esperienza in tal senso è il marchio regionale di garanzia della localizzazione della filiera produttiva, che in Germania è stato sperimentato col nome di “Unser Land”. Un ‘esperienza tutta ferrarese è invece quella di “Fattorie Estense”, un’iniziativa per il momento privata, che vede l’associazione di una quindicina di aziende agricole biologiche nel creare un collegamento diretto tra produttori e consumatori, attraverso la vendita in azienda ma anche con riferimento al negozio “Scelgo bio” che garantisce la provenienza dei suoi prodotti.


LE NUOVE DISEGUAGLIANZE DELLA RICCHEZZA DIGITALE
Michele Fabbri, Università di Ferrara

Nel 1995 le persone nel mondo che avevano la possibilità di collegarsi a Internet erano 16 milioni, pari all’8,86 % della popolazione mondiale, nel febbraio del 2002, questa cifra è arrivata a 544 milioni e duencentomila unità. Questo a enorme crescita potrebbe far pensare che i “Digital divide”, il divario della ricchezza digitale si stia chiudendo, invece i dati mostrano che esso è drammaticamnet in crescita. C’è chi sostiene che in fondo l’accesso al “Cyberspazio” non assolve ai bisogni fondamentali dell’uomo, c’è chi lo ritiene invece importante solo in quanto nuovo grande mercato economico. Secondo Fabbri invece si tratta di un nuovo sapere: si tratta di un passaggio epocale, come quello dalla oralità alla scittura. Ecco perché la mancanza di pari opportunità all’accesso di questa tecnologia diventa una nuova forma di potere.
I tre quarti degli Host, ovvero i nodi della rete informatica sono gestiti dagli Stati uniti che insieme all’europa coprono il 90 % della rete. I provider, che indicano il dinamismo imprenditoriale su Internet, sono 7800 in USA e 3 in Cina, tanto per dare un’idea della distribuzione di questa ricchezza.
Non solo, ciò che un utilizzatore molto avveduto può consultare spaziando in lungo e in largo per la rete è di fatto solo il 15% di quanto è in realtà contenuto. Il resto è “deep information”, informazione nascosta perché protetta da sofisticati sistemi di accesso, tra questa, tutta l’informazione scientifica. E’ evidente dunque quanto sia demagogico parlare di Internet e della tecnologia informatica come della nuova frontiera aperta alla circolazione delle informazioni. Il divario digitale ripercorre oltretutto le stesse strade di diseguaglianza che caratterizzano l’accesso ad ogni tipo di risorse.
La risposta a questo fenomeno va cercata ancora una volta nella capacità di accettare questa nalisi e di scegliere di governare il cyberspazio con politiche di formazione che sono assolutamente fondamentali per consentire innanzitutto l’accesso alla tecnologia, la quale deve essere sottratta alla logica del profitto ma inserita in quella dei servizi. In questo campo un ruolo fondamentale lo devono e lo possono svolgere le scuole e le amministrazioni pubbliche .


Sintesi di
"L'incredibile potere dei nostri risparmi"
Alberto Mambelli - Banca Etica

Risparmio, sobrietà, misura potrebbe essere un altro modo di coniugare la parola economia ma di certo non è quello del sistema imperante, orientato esclusicvamente alla massimizzazione del profitto. Tremila miliardi di lire al minuto si spostano per il mondo grazie alla tecnologia informatica e di queste transazioni circa il 30 % è controllato da 250.000 multinazionali ma sono solo 200 le organizzazioni economiche che di fatto gestiscono la reddività mondiale. Per il 2015 si prevede che il 99,2% della redditività mondiale sarà concentrato nei soli paesi ricchi, vale a dire in quelli che hanno vita media più lunga, alfabetizzazione prossima al 100% e ovviamente reddito medio più elevato, tra 20.000 e 35.000 $ all'anno. Esistono infatti tre fasce di redditività delle popolazioni - ha spiegato Mambelli - quella dei paesi emergenti ( circa 4 miliardi di persone) corrisponde ad un reddito medio tra i 2000 e i 3500 $ annui, aspettativa di vita media intorno ai 60 anni e alfabetizzazione inferiore all'80% ma esiste l'ultima fascia, i poveri, in cui il reddito medio annuo va dai 100 ai 340 $ , la vita media si aggira tra i 49 e i 57 anni e l'alfabetizzaione non supera il 50% della popolazione. Si tratta di un miliardo di persone di fatto esclusi dalla vita. Mentre per il miliardo più ricco il problema dell'acqua è: liscia o gasata, per il miliardo più povero l'acqua non è accessibile!
Solo il 2% del denaro a livello mondiale si sposta per produrre beni e servizi, il resto - ha continuato - si sposta per massificare profitto che va ad unico vantaggio dei paesi più ricchi.
La Finanza di oggi prevede tre figure fondamentali, il risparmiatore, l'investitore e l'intermediario. Le banche sono gli intermediari finanziari più importanti in questo movimento di denaro di cui non sono proprietarie ma che gestiscono fino a diventare delle vere e proprie centrali di potere. Il ruolo del risparmiatore è dunque uno dei cardini di questo meccanismo e in quanto tale ognuno di noi non può non preoccuparsi delle proprie scelte di risparmio.
Le alternative per non essere complici esistono:sono gli intermediari che operano sul terzo settore, detto anche no-profit. Le Mag, cooperative di mutua autogestione e la Banca Etica sono intermediari finanziari che hanno alla base i presupposti di trasparenza e partecipazione alla scelta di investimento. L'esperienza di Banca Etica nata nel 1999, ha dimostrato che si può "stare sul mercato" pur investendo in cooperazione internazionale allo sviluppo, sulle cooperative sociali, sull' ecologia e la cultura. Oggi il tasso di insolvenza di questa banca è di gran lunga inferiore a quello di un banca tradizionale e si stanno attivando prodotti finanziari in grado di soddisfare l'esigenza di "investimento" del risparmiatore consapevole del potere del proprio risparmio.
A Ferrara è attiva la circoscrizione soci di Banca Etica alla quale ci si può rivolgere per diventare soci ed aprire un conto di risparmio.


LA NOSTRA IMPRONTA SUL MONDO: IL CALCOLO DELL’IMPRONTA ECOLOGICA DEI NOSTRI STILI DI VITA

Sintesi del convegno del 14 marzo 2003

Roberto Brambilla:
Coordinatore del gruppo Impronta ecologica di Rete Lilliput
Gli esseri umani, non sono cambiati nel tempo ma stanno affrontando una sfida senza precedenti: gli ecosistemi della Terra non possono sostenere gli attuali livelli di attività economica e di consumo materiale, per non parlare di un loro aumento, le leggi della termodinamica sono un limite oggettivo poichè il sistema sociale ed economico è contenuto nel sistema natura. Allo stesso tempo l’attività economica misurata dal Prodotto interno lordo (PIL) sta crescendo del 4% l’anno, che corrisponde ad un tempo di raddoppiamento di circa 18 anni. Uno dei fattori che causano l’espansione è la crescita della popolazione: nel 1950 c’erano 2,5 miliardi di persone; oggi ce ne sono 5,8 (Il dato aggiornato è di 6,1 miliardi, ndc) . Potrebbero con ogni probabilità essercene 10 prima della metà del prossimo secolo. Ancora più significativa, dal punto di vista ecologico, è la crescita del consumo pro capite di energie che, negli ultimi 40 anni, è aumentato più velocemente della popolazione umana.
Mathis Wackernagel e William E. Rees, partendo proprio da queste considerazioni hanno ideato nel 1996 la teoria dell’Impronta ecologica: “uno strumento di pianificazione che può aiutare a tradurre la pressione a favore della sostenibilità in azione pubblica”. Il concetto è semplice: l’Impronta ecologica è “l’area totale di ecosistemi terrestri ed acquatici richiesta per produrre le risorse che la popolazione umana consuma e per assimilare i rifiuti che essa stessa produce”.
E’ una tecnica sia analitica che didattica: non solo valuta la sostenibilità delle attuali attività umane ma è anche un efficace strumento per creare consapevolezza sociale e per assistere la fase decisionale”. L’Impronta ecologica non si occupa tanto di ‘quanto le cose vanno male’ ma piuttosto di “ciò che possiamo fare per assicurarci che la Terra possa in futuro continuare a mantenerci in vita. Capire i limiti ecologici renderà le nuove strategie per la sostenibilità più efficaci e vitali.”
La sostenibilità è l’impatto che possiamo esercitare sugli ambienti naturali senza sorpassare i limiti di capacità di sostentamento della Terra. Due le caratteristiche più significative di tale impatto: la brevità dell’arco temporale, (della storia dell’uomo rispetto a quella della terra) e la dimensione globale e non più solo locale dell’impatto stesso. I limiti biofisici del pianeta sono ben chiari ai fisici, ai chimici, ai biologici e a agli ecologi; molto meno, lo sono per politici, economisti, ingegneri, sociologi ecc.”, e dunque diventa “importantissimo poter disporre di strumenti che ci diano la possibilità di comprendere al meglio quale può essere la ‘quota’ di ambiente globale a disposizione per ciascun cittadino della Terra”. Rete Lilliput sta diffondendo la presentazione di nuovi strumenti di valutazione del peso dell’economia umana sulla Terra. L’impronta ecologica è uno di questi, ma recentemente è stato messo a punto anche il Dashborad of Sustenibility (il cruscotto della sostenibilità): un complesso di 50 indicatori, messo a punto da Jesinhause, che prendono in considerazione molteplici aspetti della vita di un paese, relativi all’ambiente, all’economia, alla assistenza sociale e che invece di essere un parametro dell’efficienza governativa, valutano anche la distribuzione delle risorse tra la popolazione.

Gabriele Bollini:
Responsabile del Servizio Sostenibilità ambientale e Valutazione Impatto della Provincia di Bologna
L’obiettivo di Agenda 21 era quello di porre il problema di trovare indicatori della sostenibilità ambientale ovvero: indicatori sui flussi di materia complessivamente attivati e dunque sullo spazio ambientale complessivamente attivato e sull’energia complessivamente utilizzata

Il metodo dell’Impronta ecologica “parte dalla considerazione che la produzione e l’uso di ogni bene e servizio dipende dai vari tipi di produttività ecologica. Tale produttività può essere convertita in una superficie necessaria equivalente di territorio destinata alla produzione di energia, alla produzione alimentare, alla produzione forestale, calcolando inoltre la superficie destinata alla realizzazione di infrastrutture (case, strade, industrie). Sommando queste necessità di terra per le varie categorie di consumo e di produzione di rifiuti si giunge a stimare l’Impronta ecologica della popolazione individuata. La stima dell’Impronta ecologica costituisce uno strumento di notevole valore per la comprensione del nostro reale impatto sulla biosfera e va senz’altro nella direzione di dare contenuti di mutabilità al concetto di sostenibilità”.
Gli ideatori dell’Impronta ecologica compiono un primo calcolo: ”sommando i territori biologicamente produttivi, che su scala mondiale sono pari a 0,28 ettari di terreni agricoli, 0,6 di pascoli, 0,6 di foreste e 0,03 di aree edificate pro capite, otteniamo un totale di 1,05 ettari di territorio pro capite; arriviamo a 2 ettari se vi includiamo le aeree marine. Non tutto questo spazio è disponibile per gli esseri umani, poiché quest’area ospita anche i 30 milioni di specie (che credibilmente si pensa possano esistere) con le quali l’attività umana condivide il pianeta. Secondo la Commissione Mondiale per l’ambiente e lo sviluppo, “almeno il 12 % della capacità ecologica complessiva e comprensiva di tutti gli ecosistemi dovrebbe essere preservata a garanzia della biodiversità. Questo 12 % non può essere sufficiente per assicurare la biodiversità , ma conservarne di più potrebbe non essere politicamente fattibile. Accettando quindi il 12 % come numero magico per la conservazione della biodiversità, è possibile calcolare che dei circa 2 ettari pro capite di area biologicamente produttiva che esistono sul pianeta, solo 1,7 ettari pro capite sono disponibili per l’impiego da parte dell’uomo. Questi 1,7 ettari diventano il valore di riferimento per mettere a confronto le Impronte ecologiche delle popolazioni”.
“E’ chiaro che alcune popolazioni possono avere maggiori necessità a causa di particolari circostanze ma per rimanere in equilibrio gli altri dovrebbero impiegare meno della media a loro disposizione Si tratta della media matematica della realtà ecologica odierna. Ne consegue che, stando alle cifre della popolazione attuale, l’Impronta media deve essere ridotta a questa dimensione”.
Wackernagel e il suo gruppo hanno calcolato l’Impronta ecologica di circa 150 paesi del mondo e, a dati 1999, risulta che l’Italia ha un ‘Impronta ecologica pro capite di 4,2 ettari, una disponibilità di biocapacità di 1,5 ettari pro capite e un deficit ecologico di -2,7 ettari pro capite.
Ma vediamo gli altri dati:

Impronta Ecol. biocapacità suprlus o deficit
Stai Uniti 9,6 5,5 -4,1
Olanda 5,6 1,5 -4,1
Germania 4,6 1,9 -2,8
Australia 9,4 12,9 +3,5
Cina 1,4 0,6 -0,8
India 1,0 0,5 -0,5
Francia 5,3 3,7 -1,6

Lo stesso metodo è poi applicabile a realtà comunali o regionali e va dato atto al WWF di essere stato protagonista nella diffusione del concetto e del metodo.
L’indice dell’Impronta ecologica, come tutti, ha pregi e difetti, tra questi ultimi quello di semplificare in un unico dato aggregato, la superficie equivalente richiesta, una serie di fattori ben più complessi. Resta il fatto che attualmente nessun governo e nessuna agenzia ONU attua un sistema di contabilità per valutare qual è l’estensione dell’utilizzo umano della natura rispetto alla capacità degli ecosistemi esistenti.

E’ disponibile una video cassetta VHS : che riprende le due intere relazioni con le relative proiezioni di slides (5 euro più eventuale costo di spedizione)

See also:

Oikonomia: la legge della casa
Seminari di formazione alla riscoperta del significato dell'economia
Oikonomia, pubblicato il manuale
Rete Lilliput ha prodotto: "Oikonomia: la legge della casa. Manuale di economia domestica "

 



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